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Diocesi di Padova

1. Lungo il cammino di questi anni che cosa è maturato? Dove riconoscere l’azione dello Spirito?

Facendo memoria degli oltre vent’anni trascorsi dal primo Convegno di Aquileia abbiamo riconosciuto nel Grande Giubileo del 2000 lo spartiacque che segna il prima e il dopo di questa parte della nostra storia. Grandi cambiamenti politici, economici, sociali hanno marcato l’ultimo decennio dello scorso millennio, a livello regionale, europeo e mondiale.

Il cammino diocesano era orientato a conoscere come stavamo cambiando anche come Chiesa locale. Sembrava chiarirsi tutto questo nel contesto della Chiesa universale che si preparava al nuovo millennio ritornando all’essenziale: per Gesù Cristo, nello Spirito Santo a Dio Padre.

Da questo cammino precedente, caratterizzato a volte da un certo senso di smarrimento di fronte al nuovo che avanzava, nasce una nuova fase lungo il decennio 2001-2010, in cui la Chiesa di Padova, sollecitata dagli orientamenti nazionali Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, ha puntato a riscoprire la portata esistenziale della fede attraverso il metodo narrativo, dapprima sperimentato con i presbiteri nelle settimane di sinodalità presbiterale, ma subito condiviso nelle comunità. È emersa un’immagine di fede legata alla vita, in cui ciascuno può riconoscere nella propria storia e in quella della propria comunità e della Diocesi un elemento importante di storia salvifica. È cambiato gradualmente lo stile nel “fare Chiesa”, intesa come casa e scuola di comunione e si è percepito maggiormente il dono che rappresenta ogni altra persona con la quale si cammina insieme. In parrocchia, ma anche in vicariato, si è respirato un clima di fiducia e di speranza.

Questo metodo ci ha aiutato a rimetterci in gioco e ad aprirci alla domanda semplice ma radicale: “Chi è la comunità cristiana?”, domanda che ha attivato una nuova ricerca di formazione e di priorità pastorali, anche strutturali, su cui impegnarsi.

Qui si colloca ora l’esigenza di ripensare l’impianto di Iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, mentre con meraviglia si sta riconoscendo il dono che da alcuni anni rappresenta il catecumenato degli adulti. Il vescovo Antonio ha sollecitato tutta la Diocesi all’accoglienza di questo dono. Su questa strada, in cui riconosciamo di essere stati condotti dallo Spirito che ci ha parlato in queste situazioni, ora si cerca di far sì che le nostre comunità siano più capaci di trasparenza e profezia evangeliche, capaci di educare alla vita buona del Vangelo, di parlare agli uomini e alle donne di oggi, condividendo con loro la quotidianità, il linguaggio, i desideri e le speranze.

Stiamo consolidando un metodo, uno stile e delle scelte che, pur tra resistenze, difficoltà e anche contraddizioni, ci fanno essere Chiesa che cammina insieme (vescovo, presbiterio, laici, religiosi) con gratitudine all’azione dello Spirito.

Abbiamo compreso di più il valore degli organismi di comunione, al cui rinnovo sono state dedicate cure ed energie inedite. Anche in questo caso non sono mancate lentezze e reticenze, ma abbiamo capito tutti di più cosa significa essere corresponsabili nella Chiesa. Oggi una comunità parrocchiale senza Consiglio pastorale vive questa situazione come un’anomalia; così come il vicariato non è più solo un contenitore di parrocchie, ma un luogo in cui si vive l’ecclesiologia di comunione e il dialogo con il territorio.

Proprio il vicariato rappresenta un modo nuovo di incontro tra comunità parrocchiali e tra diversi soggetti pastorali: la chiamiamo “comunione sinodale”. Le relazioni tra presbiteri, ma anche tra presbiteri, laici e religiosi sono infatti la vera forza che può assecondare lo Spirito a trasformare comunità passive e individualiste. La proposta dell’Incontro vicariale residenziale è stata percepita in tutti i vicariati come momento di formazione comune tra preti e laici per favorire l’incontro autentico tra le persone, l’ascolto vicendevole, la corresponsabilità ecclesiale e l’arte di progettare insieme in pastorale. Vi partecipa il Coordinamento pastorale vicariale con allargamento ad altri operatori che coordinano ambiti pastorali vicariali. La Diocesi ha saputo valorizzare i vissuti delle persone e delle comunità, con il metodo della narrazione e del coinvolgimento attivo e dell’accompagnamento.

Si è compreso, in definitiva, che annunciare e vivere il Vangelo non sono solo un fare ma un essere: l’annuncio, così inteso, valorizza ogni dimensione dell’umano, anche le più quotidiane, facendo della capacità di relazione il suo punto di forza.

2. Quali aspetti positivi, quali risorse e quali fatiche, sfide, esigenze pastorali caratterizzano oggi le nostre comunità?

Anzitutto lo Spirito ci ha fatto riconoscere che proprio nelle fatiche si evidenziano le sfide e le esigenze pastorali dei percorsi futuri.

Pensiamo ad esempio al “cammino sinodale” che stiamo compiendo. La sussidiarietà del vicariato a favore delle parrocchie non si attua automaticamente: far dialogare comunità anche molto differenti tra loro spesso è faticoso. Non tutti accettano facilmente l’idea che sussidiarietà e lavoro in rete non significano perdere l’identità parrocchiale, ma arricchirla.

La graduale riorganizzazione della Diocesi per unità pastorali rimette in questione il modello di parrocchia incentrata solo sul presbitero, aiuta a ripensare i rapporti preti-laici e le relazioni tra le parrocchie nel vicariato. Vivere le unità pastorali come un cammino di conversione per affrontare le nuove esigenze di evangelizzazione non è scontato: superare il campanilismo e rivolgere attenzione e cura pastorale alla realtà del territorio è faticoso.

In questi anni abbiamo puntato molto sugli organismi di comunione, in particolare i Consigli pastorali parrocchiali e i Coordinamenti pastorali vicariali. Di conseguenza sta cambiando il rapporto dei presbiteri con le comunità. In questi organismi la progettazione, la realizzazione e la verifica pastorali implicano la corresponsabilità: è una scelta in cui intravvediamo il futuro. Questa assunzione comune di responsabilità va aiutata attraverso percorsi formativi condivisi da laici, presbiteri e religiosi, anche per non ricadere in un modello di collaborazione pastorale per cui il laico rimane ultimamente subordinato al presbitero.

Hanno dato un forte contributo in questo senso esperienze formative diocesane quali la Scuola di formazione all’impegno sociale e politico, il Biennio di formazione in pastorale familiare, i percorsi di formazione missionaria. Rilevante anche il contributo dell’Istituto San Luca per la formazione permanente dei presbiteri, con la sua azione di rinnovamento nelle proposte formative, fino a sollecitare la progettazione pastorale diocesana. Abbiamo imparato a formarci insieme, a partire dall’esperienza, nell’orizzonte della pastorale, provocati dall’oggi.

Una maturazione che già prospetta nuovi orizzonti: comprendere quale volto assumere come comunità cristiane che vivono la complessità. È la sfida del mondo che cambia, della terra da abitare, della multiculturalità che ci provoca. Sfide nuove, che da una parte ci trovano timorosi ed esitanti, dall’altra ci sollecitano già a cercare nuove forme di rapporto con tutti gli ambiti di vita, riconoscendo anche in essi la profezia.

Ci si interroga, poi, su una ministerialità ancora inespressa e che sappia aprirsi alle situazioni nuove che vivono le nostre comunità. C’è stato un certo sviluppo del diaconato permanente, ma permangono esitazioni e resistenze: come e dove concretamente si colloca nella pastorale? Ci si chiede anche come la comunità possa sostenere i diaconi dal punto di vista economico.

Le comunità parrocchiali poi oggi continuano ad essere sollecitate dalla presenza di aggregazioni e movimenti che hanno dimensione sovra-diocesana, ma anche di piccole comunità che si costituiscono localmente. Alcuni passi significativi sono stati compiuti. Ci si chiede come valorizzare questa presenza ecclesiale in una dinamica di sinodalità e di apertura al territorio e, inoltre, come integrare nella pastorale ordinaria il carisma a cui tutte queste realtà si richiamano.

Un’altra sfida che caratterizza il nostro essere comunità oggi è vivere il quotidiano recuperando l’essenziale del messaggio evangelico. Non si può contare sui numeri, sul fare ad ogni costo, sull’attendere la gente in parrocchia, per imparare invece ad andare incontro alle persone nei luoghi della vita. Occorre conoscere e comprendere più approfonditamente il movimento di culture del nostro tempo. “La missione ci è entrata in casa”. Sono avvenuti profondi mutamenti antropologici e sociali, basti pensare alle famiglie così profondamente diverse dai nostri tradizionali modelli di riferimento, al modo di comunicare ed entrare in relazione. La Diocesi ha cercato di investire energie e risorse sulla comunicazione con persone e strutture. Si coglie la grande sfida culturale che ciò rappresenta.

Riconosciamo che il complesso fenomeno dell’immigrazione ci ha cambiati strutturalmente. Il Vescovo Antonio ha fortemente invitato le parrocchie e i vicariati a creare nuove condizioni di accoglienza e condivisione. Ci arricchisce come Chiesa diocesana la presenza di parecchie comunità etniche con una pastorale specifica, in coerenza con l’ “apertura missionaria” che da sempre ha caratterizzato la nostra Diocesi. Si pensi ai tanti missionari fidei donum. Significativa poi la collaborazione nella missione aperta in Thailandia a seguito del I Convegno di Aquileia (1990).

Sentiamo proprio su questi fronti le “cose nuove” a cui con fiducia ancor più aprirci, esercitando quel discernimento comunitario a cui abbiamo dedicato tempo, energie e strumentazione in questi anni per riattivarlo, aggiornarlo, diffonderlo.

3. In che rapporto ci si pone con il territorio e con le sue dinamiche socio-culturali? In che modo lo Spirito parla alla Chiesa in questo contesto?

Soprattutto nell’ultimo quinquennio è nata l’esigenza, in particolare a livello di vicariato, di un’apertura al territorio. L’attenzione pastorale ai luoghi e ai problemi della vita è stata favorita anche dal metodo del discernimento comunitario e dall’aver dedicato un biennio al tema del bene comune, sia a livello personale che di comunità cristiana.

Abbiamo così riscoperto il risvolto pubblico della vita di fede, che comporta un atteggiamento responsabile verso il territorio. Pur in un clima sociale e politico di contrapposizione e litigiosità, le comunità hanno saputo avviare una riflessione sul proprio ruolo e sul rapporto con gli altri soggetti presenti nel territorio. Il Consiglio pastorale diocesano ha sostenuto un tale esercizio mediante un agile strumento di lavoro. Il metodo del discernimento comunitario ha aiutato a leggere con gli occhi della fede quanto avveniva, a individuare insieme i comportamenti e le scelte di fronte a problemi concreti o a difficoltà emergenti.

Il primo frutto è stato avvertire la necessità di una maggiore formazione sulla Dottrina sociale della Chiesa. Abbiamo constatato tutti che le lacune su questo piano fanno scadere il confronto, che si lascia così influenzare da pregiudizi o difese di schieramento. Si è così cercato di affrontare temi importanti con metodi e tempi adeguati alle persone, sia le più impegnate, sia i cristiani che partecipano solo alla messa domenicale, nel tentativo di offrire diversi e progressivi livelli di comprensione e maturazione. In questo quadro vanno anche segnalati il rilancio della Scuola diocesana di formazione all’impegno sociale e politico e la creazione di spazi aperti per l’approfondimento e il confronto promossi dalle associazioni laicali. Proprio il cammino comune delle comunità ecclesiali le ha portate ad assumere un atteggiamento propositivo verso il territorio. Eccone alcuni esempi.

Sono sempre più frequenti le occasioni e gli strumenti per ripensare il modello di sviluppo riconsiderando ad esempio il rapporto con il creato, l’uso responsabile delle risorse, l’interdipendenza delle aree economiche e culturali: un ripensamento che si è tradotto nell’individuazione di nuovi stili di vita.

È aumentata la consapevolezza della complessità e varietà delle persone che abitano il territorio. Pensiamo alla mutata composizione delle famiglie, segnate dalla bassa natalità, dalla fragilità dei matrimoni, dall’arrivo di famiglie immigrate, con i suoi risvolti culturali e antropologici.

La crisi economica ci ha interrogato non solo in termini di solidarietà immediata alle famiglie in difficoltà, ma anche di riflessione e azione sulle questioni legate al mondo del lavoro, alla sua evoluzione, alla crisi occupazionale che mette in difficoltà non solo le giovani generazioni, ma lo stesso patto intergenerazionale. Una riflessione a più piani che ha trovato sintesi in un pronunciamento del Vescovo.

Pure dal mondo della scuola sono giunte parecchie sfide alla pastorale della nostra Chiesa. Si pensi alla situazione critica delle scuole dell’infanzia parrocchiali. Il Vescovo ha pensato di istituire una fondazione dedicata all’educazione e alla scuola, come forte richiamo a sensibilizzare la comunità cristiana.

Nel presbiterio è stata colta la sfida del mondo che cambia; in particolare nell’ultima proposta delle settimane di sinodalità si è attivato un nuovo percorso sul tema “Abita la terra e vivi con fede” come prospettiva su cui proseguire.

Probabilmente tutto questo è solo l’avvio di un cammino. Le gioie e le speranze, le preoccupazioni e le sofferenze delle persone che ci vivono accanto costituiscono la grande sfida, che deve trovare spazi nuovi nella vita delle nostre comunità, quindi nella liturgia, nella catechesi e nella carità.

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